Mark Christie, Director of Tech Services di StorMagic, spiega come progettare una infrastruttura efficiente che possa accelerare le decisioni cruciali del prossimo futuro.
Nell’ultimo decennio, il cloud computing è diventato la risposta predefinita a quasi tutte le questioni infrastrutturali. Prometteva rapidità, flessibilità e un modo per alleggerire la complessità, spingendo molte organizzazioni ad adottare strategie cloud-first con una certa urgenza. Nel corso di questo processo, le infrastrutture tradizionali on-premise sono state spesso trascurate o addirittura accantonate.
Nel 2025, il 98% delle aziende a livello globale utilizzava servizi cloud in qualche misura, a conferma di quanto le piattaforme cloud siano ormai profondamente integrate negli ecosistemi IT aziendali.
Il messaggio era chiaro: astrarre l’hardware, ridurre il carico operativo e lasciare che qualcun altro si occupi delle operazioni ordinarie di calcolo e archiviazione. Lavorando a contatto con organizzazioni che gestiscono infrastrutture distribuite tra punti vendita al dettaglio, siti produttivi, strutture sanitarie e filiali, ciò che si osserva non è un allontanamento dal cloud, quanto piuttosto una riflessione più ponderata su dove il cloud funzioni bene e dove invece non sia efficace.
L’adozione del cloud ha superato la realtà del cloud
Verso la fine del 2025, un disservizio diffuso di una delle più grandi piattaforme cloud al mondo è servito da duro monito: la resilienza non può essere data per scontato. L’interruzione, che ha avuto origine in una regione centrale dell’infrastruttura del provider, ha bloccato migliaia di aziende e milioni di utenti, che non sono stati in grado di accedere a servizi critici. Un momento in cui, per molte organizzazioni, è come se Internet stesso avesse smesso di esistere.
Le piattaforme che dipendono da quel sistema centralizzato, comprese le applicazioni e i servizi finanziari di largo utilizzo, ne hanno subito le conseguenze. Non si è trattato di un guasto circoscritto o isolato, ma di una scossa che ha avuto ripercussioni su tutti i settori e tutte le regioni, mettendo in luce quanto l’economia digitale moderna sia diventata dipendente da un numero ristretto di piattaforme centralizzate.
Risulta chiaro, dunque, come le interruzioni non siano un’ipotesi teorica. Studi recenti dimostrano che, sebbene la loro frequenza complessiva sia diminuita negli ultimi anni, i guasti più gravi continuano a compromettere l’operatività, costando alle organizzazioni una quantità significativa di tempo e denaro. Secondo l’Annual Outage Analysis 2025 dell’Uptime Institute, più della metà degli intervistati ha dichiarato che l’ultima interruzione significativa è costata oltre 100.000 dollari, con una percentuale significativa che ha subito perdite superiori di oltre un milione.
Anche quando i fornitori dichiarano tassi di disponibilità superiori al 99,95%, brevi interruzioni possono comunque tradursi in ore di improduttività, transazioni bloccate, clienti insoddisfatti e danni alla reputazione che possono persistere a lungo, anche dopo il ripristino dei sistemi.
Resilienza e architettura: due concetti collegati
La resilienza non si ottiene acquistando una quantità maggiore dello stesso prodotto, così come collocare tutti i carichi di lavoro critico su un unico fornitore, o anche su più fornitori che utilizzano la stessa infrastruttura, le stesse reti o gli stessi sistemi di alimentazione, non elimina il rischio. Anzi, può creare un falso senso di sicurezza. La vera resilienza dipende dalla diversità architettonica, da una chiara visibilità operativa e dalla capacità di funzionare anche quando un anello della catena risulta compromesso. In questo contesto, assume un ruolo centrale anche la possibilità di mantenere aperte più opzioni disponibili: ciò consente alle organizzazioni di adattarsi più rapidamente ai cambiamenti, ridurre il rischio di lock-in tecnologico e preservare continuità e controllo nel lungo periodo.

In questo senso, le aziende stanno reagendo: i modelli di infrastruttura ibrida, che combinano la scalabilità del cloud con il calcolo on-premise e all’edge, stanno guadagnando terreno. Nel 2025, la quota di organizzazioni di grandi dimensioni dotate di strategie ibride e mirate ammontava al 46%, con un’attenzione particolare a quali carichi di lavoro affidare al Cloud e quali mantenere on-premise, con un aumento di 10 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Quando infatti optano consapevolmente per un’infrastruttura a più livelli in linea con le priorità aziendali (latenza, costi, conformità, tempo di attività), le organizzazioni ottengono molto più che flessibilità tecnica: ottengono prevedibilità operativa.
Le motivazioni alla base dell’adozione di soluzioni ibride non sono solo la flessibilità o la curiosità, bensì una valutazione realistica dei rischi e il desiderio di bilanciare priorità contrastanti. Gli ambienti cloud eccellono in termini di scalabilità ed elasticità, mentre le infrastrutture locali eccellono in termini di prevedibilità, controllo e resilienza.
La vicinanza conta più della scalabilità
Oggi, la vera domanda che i responsabili IT devono porsi non è più se utilizzare il cloud, ma dove ogni decisione relativa all’infrastruttura possa generare un valore maggiore. Molte organizzazioni stanno iniziando a separare la gestione dell’infrastruttura da quella del business, riconoscendo che carichi di lavoro diversi richiedono approcci diversi.
Il cloud continua a svolgere un ruolo centrale. Rimane infatti indispensabile per l’analisi dei dati su larga scala, per l’addestramento dei modelli di machine learning complessi e per workload che traggono vantaggio dal calcolo centralizzato. Poche organizzazioni possono permettersi una tale potenza in autonomia. Tuttavia, per le applicazioni che sono alla base delle operazioni quotidiane, che richiedono una risposta in tempo reale o che non possono subire interruzioni, la prossimità è ciò che conta.
È proprio in questo ambito che le strategie ibride stanno dimostrando il loro valore. Addestrare grandi modelli analitici nel cloud è una scelta sensata; tuttavia, l’inferenza e il processo decisionale operativo si stanno avvicinando sempre di più al punto in cui vengono generati i dati. Eseguire localmente tali carichi di lavoro può ridurre la dipendenza da una connettività costante e migliorare le prestazioni, soprattutto quando ogni millisecondo è fondamentale.
Bisogna considerare, tuttavia, che l’infrastruttura ibrida non è un processo automatico. Molte realtà incontrano difficoltà quando la reputano una semplice tendenza tecnologica anziché una vera e propria scelta di modello operativo. Per questo, il primo passo consiste nel fare chiarezza sui carichi di lavoro, poiché non tutti i sistemi richiedono una diversificazione architettonica. È importante dunque che i team identifichino quali applicazioni generano i ricavi, controllano le operazioni fisiche o dipendono dalla reattività in tempo reale, poiché sono spesso queste le migliori candidate per garantire la resilienza a livello locale.
La responsabilità operativa rappresenta un altro punto comune di attrito. L’approccio ibrido aumenta la complessità se la visibilità e la responsabilità sono frammentate. Prima di espandersi, le organizzazioni devono definire chi gestisce le risorse cloud, chi gestisce i sistemi on-premise e in che modo il monitoraggio può essere unificato tra i diversi ambienti.
Anche le stime sui costi meritano un’attenta analisi. I prezzi del cloud favoriscono l’elasticità, ma hanno un costo da tenere in considerazione. Per i carichi di lavoro a regime costante che vengono eseguiti in modo continuativo on-premise, i modelli di costo pluriennali mostrano solitamente che è più conveniente gestirli in loco.
L’approccio ibrido potrebbe non essere l’ideale per i team di piccole dimensioni privi di competenze infrastrutturali o per aziende con una presenza fisica ridotta. Le transizioni più efficaci sono quelle graduali: si parte da un singolo carico di lavoro ben definito, si misurano i risultati e si procede man mano con l’espansione.
Le implicazioni sono concrete, non teoriche. L’economia del cloud favorisce workload variabili e sperimentali. Per i sistemi maturi e mission-critical che operano a ciclo continuo, il costo totale di proprietà è spesso inferiore quando l’infrastruttura è correttamente dimensionata e collocata più vicino al punto in cui vengono creati i dati.
In definitiva, la semplicità si sta trasformando in un vantaggio competitivo. Un’infrastruttura progettata all’insegna della chiarezza e della prevedibilità è più facile da gestire in situazioni di stress. La complessità può sembrare sofisticata, ma spesso comporta fragilità; i sistemi ben progettati possono guastarsi per ragioni comprensibili ma, quando ciò accade, la ripresa è più rapida.






