PMI e trasformazione digitale: un’opportunità da non perdere

Cuore produttivo del Paese, le 240mila piccole-medie imprese generano più del 40% del fatturato italiano.

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Trasformazione digitale – Secondo l’indagine 2025-26 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, in Italia solo il 7% delle PMI ha avviato programmi di formazione sull’AI, mentre il 76% non ha investito né investirà su questa tecnologia. Eppure le PMI operano in uno scenario caratterizzato da incertezza geopolitica, volatilità dei costi energetici, difficoltà nel reperire competenze qualificate, pressione competitiva sempre più forte. Tuttavia, proprio mentre l’intelligenza artificiale accelera la trasformazione dei mercati, gran parte delle PMI italiane non sembra percepire digitale e tecnologie emergenti come una priorità.

PMI e il loro ruolo economico, sociale e territoriale

I dati ricordati sopra raccontano un paradosso. Le PMI riconoscono la complessità del contesto internazionale, ma faticano ancora a collegare trasformazione digitale, soprattutto le tecnologie emergenti, alla propria capacità competitiva futura. Le PMI rappresentano un pilastro dell’economia italiana: più di 240mila imprese, circa il 40% della forza lavoro privata, oltre il 40% del fatturato italiano complessivo. Il loro ruolo non è solo economico, ma anche sociale e territoriale. Da loro infatti dipendono competenze, occupazione e valore generato nei territori in cui operano.

L’AI non è una scorciatoia, ma una tecnologia potente

Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano
La vera questione non è quante PMI utilizzino già l’intelligenza artificiale, ma quante siano realmente pronte a farlo in modo efficace. L’AI non è una scorciatoia. È una tecnologia potente, ma richiede visione, competenze, processi adeguati e cultura del dato. Un’impresa non può passare dalle scuole primarie all’università dalla sera alla mattina, prima deve costruire le condizioni organizzative e culturali per usare bene questi strumenti. Il ritardo più preoccupante non è solo nell’adozione della tecnologia, ma nella capacità di prepararsi al suo impiego.

Cresce la spesa, ma il mercato resta polarizzato

Nel 2025, oltre una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale rispetto al 2024. Il dato è positivo, ma nasconde una forte polarizzazione. Il 24% delle PMI investe intensamente nel digitale in tutte le aree aziendali e un ulteriore 27% lo fa in modo selettivo nelle aree considerate prioritarie. Dall’altro lato, il 22% investe poco perché ritiene il digitale marginale nel proprio settore, il 9% considera i costi sproporzionati rispetto ai benefici, il 4% non ne comprende i benefici, il 14% non investe affatto.

Le aree più digitalizzate: amministrazione, finanza e controllo, marketing e vendite, produzione di beni e progettazione di servizi. Poco presidiate: risorse umane e processi di innovazione. Sul fronte tecnologico, le PMI stanno soprattutto colmando ritardi infrastrutturali: il 56% ha investito nel Cloud nel triennio 2023-2025 e la quota prevista sale al 91% nel periodo 2026-2028. Le tecnologie emergenti restano lontane: il 91% non ha speso né lo prevede per blockchain, RA, RV, quantum computing.

R&S: ancora debole la propensione all’innovazione nelle PMI

L’attività di Ricerca & Sviluppo resta poco strutturata. Il 47% delle PMI non ha svolto attività di R&S negli ultimi 3 anni, né interna né esternalizzata; solo il 15% lo fa in maniera sistematica. Anche la tutela della proprietà intellettuale è limitata: meno di 2 imprese su 10 hanno depositato brevetti o registrato marchi. Più di una PMI su 3 non ha sviluppato alcuna forma di innovazione negli ultimi 3 anni. Tra chi innova, prevale l’innovazione di processo, seguita da prodotto e servizio. Solo il 10% ha lavorato contemporaneamente su tutte e tre. Principali ostacoli: concorrenza con altre priorità aziendali e mancanza di risorse. A pesare è anche la scarsa apertura all’ecosistema. Solo un terzo delle PMI ha avviato collaborazioni con attori esterni per la R&S negli ultimi 3 anni, mentre il 55% non lo ha fatto né intende farlo.

Serve un ecosistema come supporto per affrontare il cambiamento

Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano
Le PMI non possono affrontare da sole una trasformazione di questa portata. Serve un ecosistema che diventi una vera estensione dell’impresa. Università, centri di ricerca, innovation hub, fornitori tecnologici, professionisti e imprese della filiera devono aiutare le PMI non solo a comprare servizi, ma anche a elaborare nuove visioni e supportarle nei processi decisionali. Occorre che la comunicazione sia più efficace, che siano evidenziati in modo più chiaro e misurabile gli impatti di un investimento tecnologico. E ancora: occorre che la tecnologia non sia sempre molto costosa, che chi propone la tecnologia comprenda di più strategia e necessità dell’azienda cliente. Il nodo non è solo finanziare l’innovazione, ma renderla comprensibile, accessibile e praticabile.

Le PMI innovative mostrano la strada

In questo quadro fanno eccezione le PMI innovative, oltre 3.100 realtà secondo i dati del Registro Imprese aggiornati a febbraio 2026. Il confronto con le PMI tradizionali evidenzia comportamenti più evoluti e una maggiore capacità di mettere a terra l’innovazione. Il 49% delle PMI innovative ha introdotto contemporaneamente innovazioni di processo, prodotto e servizio nell’ultimo triennio. Il 42% ha presentato domande di brevetto. L’80% ha assunto personale con dottorato di ricerca, laurea STEM o diploma ITS. L’84% collabora con università, centri di ricerca e imprese in progetti di ricerca e sviluppo. Dimostrano che l’innovazione non è solo una questione di tecnologia, ma di metodo: investire in competenze, proteggere la conoscenza, collaborare con l’ecosistema , trasformare la R&S in una componente stabile del modello aziendale.

Formazione: solo il 7% ha avviato percorsi strutturati sull’AI

Il tema delle competenze resta uno dei punti più critici. Solo il 46% delle PMI italiane svolge attività di valutazione delle competenze e solo il 40% redige periodicamente piani formativi per il personale, al netto della formazione obbligatoria. Anche quando i piani esistono, spesso non vengono aggiornati regolarmente e il monitoraggio dell’efficacia resta informale. Sul fronte dell’AI, il ritardo è ancora più evidente: solo il 7% delle PMI ha avviato programmi strutturati di formazione per i collaboratori. Anche in questo caso alcuni operatori dell’ecosistema devono agire per rendere la formazione compatibile con le esigenze lavorative delle piccole imprese, soffocate dalla quotidianità. Oltre a sensibilizzarle sulla necessità di adoperare la formazione, compresa quella finanziata, ancora poco adoperata, come leva di competitività. La rivoluzione non è solo tecnologica ma culturale.