Secondo l’Osservatorio 2026 di Fondazione per la Sostenibilità Digitale, oltre la metà dei piccoli imprenditori in Italia non utilizza l’IA in azienda perché non capisce a cosa possa servire. In altre parole le microimprese italiane hanno un problema con l’intelligenza artificiale. Perché non sanno a cosa potrebbe servire davvero e di conseguenza faticano ad adottarla. La questione emerge dai dati dell’Osservatorio 2026 ‘Digitale e Sostenibilità nell’Italia che produce e che consuma’. Si tratta della più ampia rilevazione mai realizzata da Fondazione e la prima edizione con due dataset distinti, popolazione e imprese. È la prima volta che l’Osservatorio fotografa il mondo produttivo ed è realizzata con Adiconsum (consumatori) e Confcommercio (microimprese).
Piccoli imprenditori e IA: un problema di comprensione
Secondo i più recenti dati Istat, le microimprese – categoria composta da professionisti e aziende con meno di 10 addetti – costituiscono il 94,5% del tessuto imprenditoriale italiano. Affacciandosi all’era dell’IA, lo studio ha analizzato adozione, consapevolezza e padronanza del digitale e nello specifico dell’IA, fotografando una realtà ancora immatura. Interrogati sulle proprie competenze digitali, il 72% degli intervistati ha dichiarato di essere almeno abbastanza o molto competente. Inoltre il 56% afferma di trascorrere ogni giorno al computer per lavoro in media almeno 4 ore. Tali capacità – reali o percepite che siano – non si riflettono però in un impiego diffuso delle soluzioni digitali e dell’IA nell’attività imprenditoriale.
Manca la consapevolezza non le competenze
Lo studio mostra che il 9% dei microimprenditori non usa l’IA in azienda, mentre il 46,1% la utilizza almeno occasionalmente. Non è una questione di diffidenza, in quanto solo il 2% del campione percepisce l’IA come un rischio reale per la propria attività. Nessuno cita come ostacolo a mancanza di competenze sull’IA. Il problema è la consapevolezza: il 47% di chi non usa l’IA non sa a cosa possa servire e il 33% non ne vede il vantaggio economico. Il 63,5% pensa che l’IA non avrà un impatto significativo sul suo business nell’arco dei prossimi 3-5 anni.
Per i piccoli imprenditori la tecnologia è un’opportunità
Guardando più in generale all’adozione di infrastrutture e applicazioni digitali, dall’analisi delle risposte fornite dai titolari di microimprese emerge un generale divario di digitalizzazione operativa. Anch’esso deriva principalmente dalla difficoltà a individuare il valore strategico. Eppure la percezione di fondo è positiva: per il 92% dei titolari la tecnologia rappresenta, in generale, un’opportunità. Il 31% dei titolari dichiara di avere un’operatività prevalentemente analogica, il 50% utilizza alcuni strumenti digitali (email ecc.) non integrati tra loro. Il 18% dichiara di adottare strumenti più avanzati come applicazioni di CRM, automazioni anche parzialmente integrati tra loro. Appena l’1% ha una strategia di impiego del digitale strutturata e integrata. Alla domanda di quanto il digitale sia critico per l’azienda, il 53% dichiara di considerarlo “utile ma non strategico”.
Incentivare la spinta all’innovazione
Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale
Esiste una distanza tra percezione e competenze auto-dichiarate e applicazione pratica della tecnologia, che si riflette nel quotidiano di aziende dove una o poche persone sono focalizzate sul qui ed ora. Non riescono a maturare una consapevolezza reale di cosa può offrire un digitale sostenibile, e avrebbero bisogno di capire in modo concreto a cosa serve l’IA, che cosa porta una soluzione tecnologica nel business. L’incentivazione all’innovazione per questa categoria di imprese che – ricordiamo – rappresenta il 94,5% del nostro tessuto produttivo, dovrebbe essere semplice, capillare e basata su casi concreti.
Imprenditori italiani – Uno svantaggio competitivo che rischia di aggravarsi
Il problema va affrontato con urgenza nel quadro del percorso di trasformazione digitale del Paese. Perché l’immaturità delle microimprese rispetto al digitale sostenibile rappresenta già oggi uno svantaggio competitivo. L’Osservatorio 2026 ha esplorato le dimensioni integrate del digitale e della sostenibilità attraverso la misurazione dell’indice DiSI (Digital Sustainability Index). Mettendo a confronto lo scenario emerso dai consumatori coinvolti nello studio con quello delle microimprese, emerge una distanza che deve preoccupare.
Consumatori versus microimprenditori
Tra i consumatori i ‘sostenibili digitali’ – che hanno visione e uso consapevole del digitale e ne considerano impatto e ruolo giocato per la sostenibilità – rappresentano il 29% del campione, contro il 21% dei microimprenditori. Tra i microimprenditori, invece, il gruppo più rappresentato (44% del totale) è quello degli ‘insostenibili analogici’, che non vedono valore nella tecnologia né hanno una visione consapevole della sostenibilità. Dieci punti in più rispetto al 34% registrato tra i consumatori.
Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale
Questo divario si trasforma in divario tra una domanda più matura, attenta a digitale e sostenibilità, e un’offerta proposta e sviluppata alla vecchia maniera. Con ulteriori conseguenze sulla capacità di crescita di una larga parte delle microimprese.
Imprenditori italiani – Conoscere le potenzialità dell’intelligenza artificiale
Di qui la necessità, evidenzia l’Osservatorio, di attivare percorsi di sensibilizzazione concreti, basati su un approccio ‘tra pari’ e pragmatico. Questo consentirebbe alle microimprese di riconoscere nell’esempio concreto di chi già sta sperimentando le tecnologie le potenzialità di un’adozione incrementale e mirata di IA e digitale nei loro processi quotidiani.






