Wolters Kluwer: PMI italiane tra resilienza e ritardo digitale

Per le PMI italiane, la sfida non è più se innovare, ma come farlo in modo sostenibile, superando i vincoli economici e organizzativi che ancora ne rallentano il percorso.

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Wolters Kluwer “Future Ready Business”: cresce l’adozione tecnologica, ma restano forti le barriere legate a costi, competenze e incertezza economica.

Le PMI italiane stanno affrontando la trasformazione digitale con un approccio progressivo, più orientato alla gestione del rischio che all’innovazione accelerata. È quanto emerge dal report Future Ready Business” di Wolters Kluwer, che analizza il livello di preparazione delle imprese europee rispetto alle sfide tecnologiche e di mercato.

L’evoluzione incrementale della digitalizzazione

Il quadro italiano si caratterizza per una crescita costante ma non uniforme. Il 30% delle PMI risulta completamente cloud-based, mentre il 40% opera in modalità ibrida. Rimane però significativo il 16% di aziende ancora totalmente on-premise, a conferma della persistenza di infrastrutture legacy. Questo dato evidenzia una transizione in atto, ma anche un ritardo strutturale rispetto ad altri Paesi europei, dove il passaggio al cloud è più avanzato e strategico.

Anche l’intelligenza artificiale e l’automazione sono aree di utilizzo operativo ma con una visione ancora prudente. L’IA è già integrata in diversi processi aziendali, in particolare nelle attività di customer support, data collection e analisi predittiva. Tuttavia, il livello di maturità resta limitato. Dalla ricerca di Wolters Kluwer emerge che meno della metà delle PMI italiane (48%) prevede nuovi investimenti in AI nel breve periodo.

Le principali criticità riguardano sicurezza dei dati, costi di implementazione e carenza di competenze specialistiche, indicata dal 47% delle imprese come uno dei principali freni all’innovazione.

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Pressioni economiche e vincoli strutturali

La trasformazione digitale si inserisce in un contesto economico complesso. Il 61% delle PMI identifica il costo come il principale ostacolo all’adozione tecnologica, mentre il 33% indica la situazione economica generale come la sfida prioritaria.

A ciò si aggiungono criticità legate al cash flow (29%) e alla difficoltà di coniugare qualità e crescita (46%), elementi che contribuiscono a rallentare gli investimenti in innovazione.

Ma emerge l’outsourcing come vera e propria leva di efficienza e accesso alle competenze. Nel complessivo scenario delineato dalla ricerca, l’outsourcing si conferma una strategia consolidata per le PMI italiane. Le aziende esternalizzano principalmente funzioni ad alta complessità o soggette a forte compliance, come payroll (41%), servizi legali (38%) e contabilità (31%).

Particolarmente rilevante è il dato sulla fiducia. Il “Future Ready Business” evidenzia che l’81% delle imprese dichiara un alto livello di fedeltà verso i propri consulenti, segno di un ecosistema in cui il supporto esterno rappresenta un fattore chiave per colmare il gap di competenze interne e sostenere la trasformazione digitale.

Il confronto europeo e il rischio di gap competitivo

Rispetto ad altri mercati europei, come Belgio, Paesi Bassi e Spagna, l’Italia mostra una minore propensione all’investimento tecnologico. Questo divario rischia di tradursi in una perdita di competitività, soprattutto nei settori dove automazione, cybersecurity e data analytics rappresentano driver essenziali di crescita.

Ci si deve però muovere verso un modello “future ready” e il report evidenzia come le PMI più resilienti siano quelle che investono nella modernizzazione dei sistemi core, nell’adozione del cloud e nello sviluppo di competenze digitali. L’automazione dei processi e il decision making basato sui dati emergono come leve strategiche per generare valore nel breve termine e prepararsi all’adozione più ampia dell’intelligenza artificiale.

Per le PMI italiane, la sfida non è più se innovare, ma come farlo in modo sostenibile, superando i vincoli economici e organizzativi che ancora ne rallentano il percorso.